
L’ha scoperto durante un check-up, mentre si stava preparando per la mezza maratona di Roma: Liliana Porcelli ha saputo di avere un tumore facendo i controlli per la RunCard. Uno dei più aggressivi, peraltro: un carcinoma della mammella Her2-positivo.
Come poteva gestire questo enorme imprevisto? Come si sarebbe trasformata la sua vita di donna in carriera, mamma e sportiva?
«Il mio primo pensiero è stato per i miei figli: mia madre era morta di tumore quando avevo 10 anni e so cosa vuol dire crescere senza. Avevo paura di fare questo ai miei bambini. A quel punto, potevo piangermi addosso, inveire contro tutti. Ma ho deciso di non lasciare nulla di intentato e di realizzare un mio sogno, che era quello di scrivere un libro», ci spiega. «Ho avuto paura che il tempo fosse poco e ho concentrato tutte le energie che avevo: se proprio dovevo andarmene, volevo sfruttare al meglio quello che mi rimaneva, e lasciare un ricordo alla famiglia e ai miei figli». Quel desiderio, oggi, Liliana Porcelli lo tiene stretto fra le sue mani: si chiama Influcancer ed è appena uscito per Piemme.
Influcancer?
«Quando, con la chemio, ho perso i capelli, volevo fare qualcosa per stare meglio, e ho iniziato a raccontarmi su Facebook. Dovevo fare dodici infusioni, una alla settimana, ma prima di ognuna mi veniva controllato l’emocromo: speravo sempre che i valori andassero bene per farle tutte, senza saltarne nessuna, nel minor tempo possibile. Lo annunciavo su Facebook quasi come un rito scaramantico, e ricevevo molta attenzione, così avevo iniziato a definirmi “influ-cancer”».
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Nel libro ha parlato della sua storia?
«In realtà ho parlato più di quelle degli altri, quelle che ascoltavo in reparto. Il primo giorno che ci andai fu impressionante: c’erano persone senza capelli, con corpi che avevano cambiato forma e pelli dal colorito malato. Ma poi ho capito che quello era un luogo speciale, dove tutte le barriere si abbassano, e diventa facile immedesimarsi nelle storie degli altri».
Ce ne racconti una.
«Ad esempio, quella di Alfredo, un signore molto alto e magro, con una voce molto profonda, che quando entrava salutava tutti con gentilezza. Un giorno si è seduto accanto a me e ha cominciato a raccontarsi: aveva un lavoro molto importante nel campo della finanza, era sposato e aveva avuto due figli. Ma a 56 anni si è scoperto gay, o forse aveva sempre saputo di esserlo. Aveva molto successo nel suo lavoro, ma quello che avrebbe desiderato davvero sarebbe stato occuparsi di vigne e vigneti. Era rimasto intrappolato in una vita che lo aveva arricchito, ma che lui non voleva più. Quando ha rivelato la verità, ha saputo che anche suo figlio, che lui aveva tanta paura di deludere, stava scoprendo la sua omosessualità: si sono avvicinati sempre di più. Alfredo aveva un tumore al pancreas, molto aggressivo. In quella sala d’attesa c’era anche Alessandra».
Chi è?
«Una donna di 43 anni, che ha dedicato la sua vita alla carriera, rimandando il momento di diventare mamma. Quando però ha deciso di provarci, ha scoperto di avere un tumore al seno e poi uno all’utero. La sua è un’altra delle storie che mi hanno colpito più profondamente».
Anche la sua, Liliana, era una vita tutta dedita alla carriera.
«Sono cresciuta in Puglia e, dopo la laurea in Economia e Commercio, avevo il desiderio di andare a vivere a Milano. Ho sviluppato una carriera solida prima nel Gruppo Mediolanum, poi come dirigente nel Network Deloitte. Ho sempre cercato di essere la protagonista della mia vita, ho cercato le opportunità e, quando le trovavo, le coglievo immediatamente».
Ma ha dovuto fermarsi bruscamente.
«Prima, la mia vita era frenetica: fra lavoro, sport e figli correvo continuamente, ma avevo trovato la mia dimensione. Poi ho dovuto interrompere tutto: l’anno scorso in questo periodo non camminavo più, il livello di tossicità nel mio corpo era tale che ero sempre stanca, non facevo che piccoli passi e avevo difficoltà a salire le scale. Sono stata costretta a cambiare ogni cosa, ma è stato un bene. Mi sono venute in mente parole di mio padre: “Con forza e pazienza si vincono tutte le battaglie”. Forse stavo correndo troppo e fermarmi mi ha dato l’opportunità di capire meglio cosa voglio, di prendermi i miei momenti e i miei spazi».
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Come sta oggi?
«Bene: questo tumore l’ho scoperto all’inizio e ho fatto tutto quello che la medicina mi ha messo a disposizione. Ho finito le cure a novembre e in questo momento la partita sembra 1 a 0 per me grazie a una cura sperimentale, una terapia immunologica affiancata da chemioterapia che sembra freni le recidive. Se sto godendo della possibilità di curarmi è perché la ricerca scientifica va avanti, quindi ho rinunciato alle royalties del libro a favore di Airc: il mio sogno è raccogliere più fondi possibili per lasciare un contributo tangibile alla ricerca scientifica, per me e per le altre persone che si trovano in queste situazioni».
Si sente cambiata?
«Completamente: se tornassi quella di prima, la malattia non sarebbe servita a nulla, non mi avrebbe insegnato niente, ma io ho fatto tesoro di questa esperienza. Ho cercato di trasformare la paura in un cambiamento positivo: per farlo bisogna attingere alla forza di volontà, che è qualcosa che va cercato dentro di sé. Quando sento che qualcosa che non va, mi fermo, e se raggiungo un obiettivo una settimana o un mese più tardi, non fa niente. Se mi chiede come andrà a finire, non lo so, ma io ci ho provato».
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