
La puntata di Falsissimo sparisce. Gli account vengono oscurati. I video rimossi. Fabrizio Corona parla di censura, scomoda l’editto bulgaro e si paragona a Biagi, Santoro, Luttazzi. Ma mentre denuncia il bavaglio, i numeri continuano a salire. È solo gossip che ha superato il limite? O siamo davanti a un cortocircuito più profondo?
Per capire se si tratti davvero di censura o dell’applicazione delle regole, bisogna però partire dai fatti. Negli ultimi giorni i profili social personali di Fabrizio Corona e quelli legati al format Falsissimo sono stati rimossi da Instagram e Facebook. Una decisione presa da Meta dopo un’azione dell’ufficio legale di Mediaset che, attraverso una serie di diffide, ha segnalato violazioni multiple: dall’uso non autorizzato di immagini coperte da copyright alla diffusione di contenuti ritenuti diffamatori e messaggi d’odio.
La stessa linea è stata seguita da Google, che ha eliminato i video di Falsissimo da YouTube per violazione delle norme sul diritto d’autore – in particolare per l’utilizzo di materiali senza autorizzazione – e come misura di autotutela per evitare ulteriori conseguenze legali. Una rimozione tecnica, spiegano le piattaforme, non un intervento sul merito dei contenuti, ma sull’inosservanza delle regole che ne consentono la pubblicazione.
Corona, però, non si è fermato. Dopo l’oscuramento ha ripubblicato la puntata eliminando le immagini contestate e aggiungendo nuovi contenuti, questa volta su Alfonso Signorini. Una scelta che, secondo i legali del conduttore, avrebbe violato un’ordinanza del giudice civile di Milano Roberto Pertile che, il 26 gennaio, aveva disposto la rimozione dei contenuti ritenuti diffamatori, il divieto di pubblicarne di nuovi e la consegna del materiale in possesso di Corona. La difesa dell’ex re dei paparazzi ha annunciato un reclamo contro l’ordinanza, che sarà ora valutato da un collegio di giudici civili.
È su questo punto che il caso smette di essere soltanto mediatico e diventa giuridico. Marco Travaglio, in un editoriale sul Fatto Quotidiano dal titolo Oggi a me domani a te, ha sollevato il tema del precedente: secondo il direttore, ordinare a monte di non pubblicare nuovi contenuti significherebbe introdurre una forma di censura preventiva, consentendo di stabilire cosa sia diffamatorio prima ancora che venga visto o letto. Un principio che, scrive Travaglio, prescinderebbe dalle persone coinvolte e riguarderebbe chiunque, soprattutto chi non è iscritto all’Ordine dei giornalisti.
L’avvocato Caterina Malavenda non entra nello specifico del caso Corona, ma ci parla di diritto: «Meta e Google possono bloccare video e pagine social se vengono violate le norme sul copyright. Per quanto riguarda il blocco preventivo di un servizio, i social e i blog non sono tutelati come la stampa e i siti di informazione dall’articolo 21 e sono quindi teoricamente sequestrabili. Il giudice, quindi, verifica di volta in volta se ci sono i presupposti per farlo. Può procedere inibendo la diffusione di un servizio se ritiene che occorra intervenire subito, per evitare un danno irreparabile e accerta la astratta esistenza del diritto di chi chiede il blocco. Se si tratta di diffamazione, il diritto di cronaca che lo impedirebbe non si applica se manca la verità o la continenza verbale o l’interesse pubblico e, dunque, si può procedere con il sequestro, inibendo nuove pubblicazioni».
Nel frattempo, sul piano penale, la Procura di Milano ha aperto diversi filoni d’indagine: dalle ipotesi di diffamazione aggravata e revenge porn a carico di Corona, fino al concorso in diffamazione e alla ricettazione di immagini e chat che coinvolgerebbero anche manager di Google. Parallelamente è in corso un’altra tranche investigativa per violenza sessuale ed estorsione che vede indagato Alfonso Signorini, denunciato dall’ex concorrente del Grande Fratello Vip Antonio Medugno. Sul fronte opposto, l’avvocato Ivano Chiesa, legale di Corona, parla di un’operazione di censura «degna di Paesi non democratici», sostenendo che l’obiettivo sarebbe stato quello di metterlo a tacere. Di diverso avviso Meta, che tramite una portavoce ribadisce: «Abbiamo rimosso gli account per violazioni multiple degli Standard della community».
Al di là delle aule giudiziarie, però, il caso Corona è soprattutto un fenomeno mediatico. Una tempesta, la definisce Massimo Scaglioni, professore di Economia dei media all’Università Cattolica e direttore del CeRTA, che ha coinvolto YouTube, social network e piattaforme di streaming, fino a Netflix, dove è stato pubblicato Io sono Notizia. Un sistema di rinforzi incrociati in cui YouTube ha rappresentato il centro di gravità, Instagram e TikTok il motore di rilancio, frammentando il racconto in clip virali. «Tra dicembre e febbraio», stima Scaglioni, «si superano i 60 milioni di visualizzazioni complessive, con oltre 6 milioni di interazioni: numeri paragonabili a quelli della televisione generalista, in un periodo tradizionalmente di bassa stagione per il piccolo schermo».
Fabrizio Corona accusa il sistema che lo ha creato e alimentato, ma mentre il dibattito infiamma su ciò che è lecito e ciò che non lo è, brinda al milione di iscritti su YouTube. Basterebbe che una parte di loro avesse speso cinque euro per i contenuti premium perché l’incasso sfiorasse i cinque milioni in pochi giorni. Nel bene o nel male, in questa economia dell’attenzione, a vincere è ancora lui. O almeno così sembra.